Com'era Convicino attraverso una lettura del sopraporta raffigurante Barrafranca del Palazzo Butera a Palermo
Breve premessa
Il sopraporta di palazzo Butera è un documento storico la cui lettura ci induce a portare avanti delle ipotesi più o meno accreditabili. Difficilmente si potrà avere precisione scientifica delle letture se manca il conforto di altri dati anche di altra natura. Ma la presenza di un dibattito storico ha, in ogni modo, il merito di muovere le acque della cultura che rimarrebbero stagnanti.
Che il dibattito sia imperniato sul rispetto reciproco delle vedute e non abbia in seno velleità alcuna se non quella di amare la nostra Storia e tramandare tale amore e passione a chi in futuro sarà responsabile del passato.
I dato: l’antica chiesa madre di Barrafranca
Il sopraporta di palazzo Butera è un documento storico la cui lettura ci induce a portare avanti delle ipotesi più o meno accreditabili. Difficilmente si potrà avere precisione scientifica delle letture se manca il conforto di altri dati anche di altra natura. Ma la presenza di un dibattito storico ha, in ogni modo, il merito di muovere le acque della cultura che rimarrebbero stagnanti.
Che il dibattito sia imperniato sul rispetto reciproco delle vedute e non abbia in seno velleità alcuna se non quella di amare la nostra Storia e tramandare tale amore e passione a chi in futuro sarà responsabile del passato.
I dato: l’antica chiesa madre di Barrafranca
Fig. n. 1
La figura numero 1 ci permette di osservare uno stralcio del dipinto raffigurante quella che era l’attuale piazza F.lli Messina; in essa campeggiava, assieme ad altri monumenti l’antica chiesa madre (u cappilluni), indicata dalla freccia bianca con la dicitura “Chiesa Matrice”. Essa fu probabilmente costruita da Pietro Barresi in seguito allo stanziamento di denaro da parte del padre Girolamo prima di morire, per fornire la quantità di legname necessaria per la sua costruzione. Girolamo Barresi nel suo testamento[1] imponeva al figlio la costruzione (oltre che di un ospedale) della chiesa madre «in loco noncupato di La Cruchi» cioè nel luogo occupato dalla croce. Ebbene, dal dipinto si può vedere che nella piazza in questione vi era una croce (vd. freccia rossa) o crucidda, che molto probabilmente era preesistente alla chiesa. Chissà da quale barbara mano fu, in seguito, distrutta! Ma possiamo anche desumere che già in quell'epoca la vecchia chiesa madre era in rovina: lo si intuisce dalla dicitura che vi è sotto quella che corrisponde all'attuale chiesa di San Benedetto attaccata all'omonimo convento. Le frecce azzurre nella figura numero 1 indicano la chiesa e la seguente dicitura: “Chiesa Matrice incominz”, chiesa madre in costruzione. Quella che noi conosciamo come chiesa di San Benedetto fu, dunque, costruita nel Settecento con l’intenzione di farla diventare la nuova chiesa madre? O altro? La Storia intercorsa, però, ci insegna che la nuova chiesa madre fu costruita sui ruderi della chiesa di San Sebastiano, anch'essa ben segnata nel dipinto sopraporta. Le motivazioni della scelta di ampliare la chiesa di San Sebastiano ed elevarla a nuova chiesa madre vanno indagate seguendo l’espansione urbanistica del paese verso nord e la forte devozione nei confronti del Crocifisso miracoloso ritrovato in contrada Rastrello.
II dato: il magazzino
Fig. n. 2
Lo stralcio in fig. numero 2 pone in evidenza una costruzione, presente in piazza di fronte alla chiesa madre, denominata “Magasino D. S. E. P.” cioè magazzino Di Sua Eccellenza il Principe. Tale magazzino sembra corrispondere con l’edificio denominato “u carciri” che, negli anni Ottanta, fu distrutto per poi costruire l’attuale edificio postale ed era posto in un luogo in vista (sormontava la valle circostante) e strategico, in quanto era nella adiacenze della torre e pronto ad essere difeso. Per di più, l'edificio si trovava vicino all'appezzamento di terra che nel sopraporta viene denominato “Orto del Signore” cioè l’orto appartenente al signore feudale, la cosiddetta pars dominicia (vd. freccia bianca in fig. n. 3). Si trattava dell'orto più fiorente del paese, giacché servito dalle acque della “Beveratura” del canale (vd. freccia rossa in fig. n. 3). Ancora oggi, la contrada in questione viene denominata dagli anziani “urtu du signuri”.
Fig. n. 3
III dato: l’antico convento di San Francesco
Fig. n. 4
Lo stralcio in figura numero 4 rappresenta, adiacente alla “Strada per Pietraperzia” quello che viene denominato “Orto di San Francesco” (vd. freccia bianca). Si nota, altresì, un gruppo di edifici sopra la fonte del “Canalle”: tra questi vi dovrebbe essere l’antico monastero di San Francesco che il sacerdote Luigi Giunta colloca nella zona del “Musciulinu”. Nel Settecento, il vecchio convento era già caduto nel dimenticatoio, poiché era stato costruito ed era in uso il nuovo convento di San Francesco ben segnato nel sopraporta. A quanto pare, l’orto dell'antico convento veniva coltivato ancora dai francescani, servito dalle acque della fonte dell'attuale via Itria che ha smesso di essere fiorente da pochissimi anni. Da un sopralluogo da me effettuato nella zona, si erge ancora oggi un edificio indiziabile come l’antico monastero (coordinate 37.374399, 14.199221), data la presenza di finestre strette e collocate in alto (vd. figg. n. 5a e 5b). Esistono anche altri edifici dalle mura in apparenza antiche che circondano il monastero, attualmente di proprietà di privati cittadini, e una parte del muro di cinta dell'orto (fig. 5c). Esiste anche l’orto fertile, hortus conclusus, fino a qualche decennio fa’ ancora sfruttato dai rispettivi proprietari, da cui emergono frammenti fittili di varie epoche. Nella figura numero 5d, si può vedere lo stralcio di una mappa catastale data 1877 in cui si delinea il muro di cinta dell'orto di San Francesco che si affaccia su quello che viene definito: "Borgo sopra Canale". L'indiziabile convento è identificato con la partita n. 760 e si trova adiacente a un cortile oggi parzialmente ostruito. Nel 1877, l'orto era già oggetto di frazionamento.
Nella pianta del catasto borbonico del 1847 [5], il convento e l'orto sono presenti nella sez. I particella n. 6 (fig. 5e).
Nella pianta del catasto borbonico del 1847 [5], il convento e l'orto sono presenti nella sez. I particella n. 6 (fig. 5e).
Fig. n. 5 a
Fig. n. 5 b
Vista da Google Earth del monastero e dell'orto di San Francesco del Musciolino. Freccia bianca: fonte del canale; freccia rossa: monastero; freccia blu: muro di cinta dell'orto dei francescani
Fig. n. 5 c
Un tratto del muro di cinta dell'orto di San Francesco nel Musciolino
Fig. n. 5 d
Il muro di cinta dell'orto di San Francesco nel Musciolino come risulta da una mappa catastale del 1877 sez. 1
Fig. n. 5 e
Il muro di cinta dell'orto e il convento di San Francesco nel Musciolino come risulta nella pianta modografica del catasto borbonico del 1847 sez. I particella n. 6
Fig. n. 5 b
Vista da Google Earth del monastero e dell'orto di San Francesco del Musciolino. Freccia bianca: fonte del canale; freccia rossa: monastero; freccia blu: muro di cinta dell'orto dei francescani
Fig. n. 5 c
Un tratto del muro di cinta dell'orto di San Francesco nel Musciolino
Fig. n. 5 d
Il muro di cinta dell'orto di San Francesco nel Musciolino come risulta da una mappa catastale del 1877 sez. 1
Fig. n. 5 e
Il muro di cinta dell'orto e il convento di San Francesco nel Musciolino come risulta nella pianta modografica del catasto borbonico del 1847 sez. I particella n. 6
IV dato: l’antica chiesa di San Marco
Fig. n. 6
Lo stralcio in figura numero 6 rappresenta benissimo la collocazione dell'antica chiesa di San Marco ricordata dal Giunta, che la collocava di fronte alla porta maggiore del convento (e non della chiesa) di San Francesco (nella figura n. 6 la freccia di colore bianco indica la dicitura “Convento dei PP. Riformati”, cioè convento dei Padri Riformati; la freccia rossa indica la chiesa con la dicitura "S. Marco"). Grazie al dipinto di palazzo Butera possiamo definitivamente collocare la chiesa di San Marco sulla collina del quartiere Serra nell'attuale via Belvedere. In tale spazio, fino a qualche decennio fa’, campeggiava la struttura che il volgo denominava “U cummintinu” (vd. fig. n. 7) che fu vittima dell'avanzata del cemento e, dunque, distrutta o inglobata nel piano terra di alcune abitazioni privata. La chiesa di San Marco, dunque, non è mai del tutto sparita e se ne potrebbero ancora oggi leggere le tracce, frugando nei cuori delle moderne abitazioni svettanti in cima alla “Serra” al posto del “cummintinu”, di cui si hanno ancora ricordi come sede di scuola elementare. Molti anziani ricordano ancora la presenza di un antico "trappitu", oleificifio, ricadente nel lato che si affaccia in via Mintina. Dopo tanti anni si scioglie, finalmente, l’enigma: la chiesa di San Marco corrispondeva con “U cummintinu” e sarebbe da cercare all'interno dell'intero isolato compreso tra via Belvedere e via Mintina.
Fig. n. 7[2]
Lo stralcio in figura numero 8 contiene un edificio (vd. freccia rossa) molto particolare per forma e dimensioni. La freccia blu indica quelle che sembrano tre aste portabandiera. La costruzione avente base rettangolare si trova accanto alla chiesa di San Benedetto e all'antica chiesa madre. Tale posizione ci ricorda quanto scrisse Vito Amico nel 1757 nel suo “Lexicon topographicum siculum” edito a Palermo[3]: «Turris hinc celeberrimae Convicini perstant adhuc reliquiae prope veterem maiorem ecclesiam» e cioè che i resti della celeberrima torre di Convicino si trovano “prope”, vicino, accanto alla vecchia chiesa madre. L'avverbio latino usato da Vito Amico sembra adeguarsi a quanto rappresentato nel sopraporta di Palazzo Butera a Palermo: un possente edificio rettangolare si staglia vicino e accanto all'antica chiesa madre con le sue svettanti tre aste, che ci suggeriscono la sua funzione di rappresentanza. Il portale sembra essere molto simile a quello d'ingresso attuale al monastero di San Benedetto, la cui pietra di volta raffigura lo stemma dei Barresi e ci induce a pensare che sia stato riutilizzato.
La torre, ad ogni buon conto, doveva verosimilmente essere un classico dongione normanno a base rettangolare come se ne trovano in Sicilia a Motta Sant'Anastasia e a Militello V.C., che riproducevano e importavano il modello nordico del donjon roman. Lo spessore delle mura delle torri era generalmente compreso tra 2 metri e 2,60; avevano due o tre piani coperti da solai in legno; le dimensioni erano: m. 8,5 x 17 oppure 10 x 9; insomma la superficie era di circa 100 - 150 metri quadrati[4].
La torre, ad ogni buon conto, doveva verosimilmente essere un classico dongione normanno a base rettangolare come se ne trovano in Sicilia a Motta Sant'Anastasia e a Militello V.C., che riproducevano e importavano il modello nordico del donjon roman. Lo spessore delle mura delle torri era generalmente compreso tra 2 metri e 2,60; avevano due o tre piani coperti da solai in legno; le dimensioni erano: m. 8,5 x 17 oppure 10 x 9; insomma la superficie era di circa 100 - 150 metri quadrati[4].
Un particolare curioso è la somiglianza del dongione di Convicino raffigurato in modo simile a quello del dipinto sopraporta di Militello e contrassegnato con il numero 24 (vd. fig. 9), che si trova pure accanto ad una chiesa: santa Maria La Vetere (vd. fig. 10). La chiesa di Santa Maria La Vetere e il vicino dongione sono ancora oggi testimonianze tangibili di un passato custodito civilmente (vd. fig. n. 10), indubbiamente diverso dal nostro che ha dovuto subire la violenza delle ruspe. Il numero 24 nell'attuale legenda indica la dicitura "Chiesa Vechia di San...", ma si deve considerare che la legenda è in pessime condizioni ed è stata pesantemente rimaneggiata.
L’edificio che ha soppiantato il dongione normanno sarebbe, dunque, nella zona in cui ricade anche l’attuale sede dei servizi sociali del Comune di Barrafranca e non l’edificio postale, al posto del quale si doveva trovare il magazzino del principe oppure nel'isolato opposto, prendendo in considerazione il corso Garibaldi. La torre, di contro, potrebbe non essere stata rappresentata nel sopraporta oppure si può ipotizzare che nel Settecento era ridotta a magazzino del Principe. Tutto questo, per lo meno, ci suggerisce la lettura del sopraporta raffigurante Barrafranca: chissà se la realtà sia stata diversa... Non ci è dato sapere, la volontà distruttiva dei barresi ha, purtroppo, preso il sopravvento. Che non accada mai più!
Fig. n. 8
Fig. n. 9
Fig. n. 10
La chiesa Santa Maria La Vetere di Militello V. C. e il dongione normanno indicato da una freccia rossa (vista da google earth)
[5] La pianta modografica del comune di Barrafranca del 28 febbraio 1847 è pubblicata in: Enrico, Caruso, Alessandra Nobili, a cura di, Le mappe del catasto borbonico di Sicilia. Territori comunali e centri urbani nell’archivio cartografico Mortillaro di Villarena (1837-1853), Palermo, Regione Siciliana, Assessorato dei beni culturali e ambientali e della pubblica istruzione, 2001, pag. p. 493.
[4] Uno studio approfondito sui dongioni siciliani e in particolare su quello di Militello V. C. è stato condotto da Viviana Pamela Di Benedetto nel suo saggio intitolato “Il complesso di Santa Maria La Vetere a Militello in Val di Catania: nuovi dati dalla torre normanna”, il Garufi Edizioni, 2011, II ed. 2014 da: ilmiolibro.it.
[3] Vol. I, p. 23
[3] Vol. I, p. 23
[2] Immagine tratta da: http://storialocalebarra.blogspot.com/2017/10/storia-delle-tradizioni-popolari.html
[1] Testamento di Girolamo Barresi in ASPa, Notai defunti, not. Giacomo Scavuzzo, vol. 3640, c. 299 v..
Autore: Filippo Salvaggio















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